Ero in quella nave in preda terrestri tempeste. Metasogno di una notte di Metàgosto.

Ero in quella nave in preda a terrestri tempeste.
L’acqua bussando alla cabina iniziò a filtrare all’interno, bagnando  il pavimento che lentamente fu subito tutto ricoperto. Le onde forti di fuori facevano schizzare le onde dolci di dentro. Sicché sognando  nel letto della stretta camera, qualche goccia ribaltante s’infranse tra le fresche lenzuola bianche. Sarà che come l’olio sulla tovaglia, queste si espanderono e iniziarono a solleticarmi i piedi, le mani e i capelli.
Ecco, il problema è che in questa tempesta io continuavo a dormire e a sognare.
Ero in preda al panico e come da consuetudine urlavo muto. Gridavo il tuo nome, affinché tu (che io pensavo fossi nella stanza accanto) potessi sentirmi e salvarmi da quel brutto incubo, che in fin dei conti era sempre meglio della realtà.
Fu sicuramente allora che io iniziai a confondere le lacrime con il mare della stanza. Salate entrambe, potevo tuttalpiù distinguerle dalle temperature estremamente differenti. Quella sensazione inaspettata assomiglia quasi ad un caldo orgasmo di sofferenza. È il ponte sulla piena tra la realtà e la finzione. Detto questo, non credo di essermi mai svegliato. Ricordo però in cosa era assorta la mia mente.
Insomma, io giungevo straniero in un tavolo d’amici, dove c’eri tu (quella ch’io pensavo fosse nella stanza accanto). E facendo finta di niente venivo a salutarti con le spalle girate, in modo tale che potessi direttamente saltarmi sulle spalle, come se fossi mia figlia. In verità eravamo amanti. Le tue mani si andavano a inceppare tra il mio naso e gli occhi e le tue gambe erano mal posizionate rischiavano di farci cadere, diamine. Della parte bella non ricordo altro, se non qualche bacio che è meglio da immaginato.
Poi la tempesta si abbatté tra noi chissà come, e mi trovai con quello che scriveva sul cesso di quella nave il mio numero di telefono a caratteri cubitali, con didascalia del tipo “chiamami: gay per pompini”. Roba da spaccargli la testa. Tra le sonore risate della tua ciurma non mi restava altro che fare uscire tutti da quel buco di bagno e rimanere con una o due persone ragionevoli e spiegargli cosa volevo ancora da te.
Feci un discorso così strappalacrime che la tua amica iniziò a piangere, innamorandosi di ciò che provavo per te. Il carico d’astio che nutriva verso di me, fu proporzionale alla tenerezza ponderata delle mie parole. Chi l’avrebbe mai detto. Sono sicuro che te ne avrà parlato almeno un secondo, il problema è che se l’ha fatto nel sogno, come io ho fatto con lei… beh allora non avrà sortito effetto alcuno. le spiegai dormendo che quella nave che stava affondando è la stessa dove ho visto morire i miei amici affogare uno ad uno con i miei occhi, senza poterli salvare. Che avevo dietro una storia fatta di silenzi e che il tuo silenzio era divenuto insopportabile. E continuavo a gridare il tuo nome, ma l’ironia della sorte voleva che la realtà fosse ancora più silenziosa e tu non riuscivi ad udirmi, nemmeno le mie orecchie ci riuscivano.
Poi niente più, se non la fine di quel dialogo  ed un traumatico risveglio tra le doppie onde.
Lì c’era semplicemente da scegliere, cercarti invano nella stanza accanto o rassegnarsi, rimanere nel letto di quella cabina e sperare che la tua amica ti convincesse a tornare in quel cazzo di sogno ad avvinghiarti a me. Non avevo mica molto da guadagnare.

Ho paura dell’alto mare da quando ero piccolo, e da quando sono piccolo in amore avevo paura di perderti.

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Stretto, 2013.

 

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