G per G(enova)8 [parte 2]

Dopo la lettera al Presidente del Consiglio per richiedere le dimissioni di De Gennaro la giornata dedicata al G8 di Genova, continua con lo schietto post d’ approfondimento (del 21 Luglio 2012) di uno studente di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Catania, nonchè grande amico Vincenzo Rosa. L’ articolo delinea con chiarezza alcuni passaggi della vicenda Diaz e offre degli spunti molto interessanti, leggetelo.

Pochi giorni fa è arrivata la conferma delle sentenze d’appello che condannavano i vertici della polizia per la gestione dell’ordine pubblico durante il g8 di Genova nel 2001, il capo del dipartimento centrale anticrimine Gratteri, l’ex vicedirettore Ucigos Luperi e il capo del servizio centrale operativo Caldarozzi. Si tratta di nomi illustri, di personaggi importanti, che i giudici hanno ritenuto colpevoli per la criminosa catena di comando avutasi durante i fatti del g8. Non sconteranno la loro condanna in carcere, ma saranno semplicemente sospesi dal servizio e interdetti per pochi anni dai pubblici uffici.

Non arriva invece nessuna condanna per gli agenti direttamente coinvolti nell’assalto alla scuola Diaz, a causa della prescrizione dei reati per i quali erano imputati. I giudici hanno parlato di “inqualificabili violenze” e “sistematici abusi di diritto” da parte delle forze dell’ordine, ma la scure della prescrizione ha fatto sì che tutti gli imputati venissero prosciolti dalle accuse di lesioni gravi sui manifestanti. Nessun responsabile quindi per la giustizia italiana. Non ci sarà nessuna giustizia per le 63 persone ferite nella macelleria messicana della Diaz. Nessuna pena per le continue e sistematiche violenze fisiche e psicologiche che sarebbe più corretto definire torture, o per gli insabbiamenti e le calunnie nei confronti dei manifestanti.

A fronte del proscioglimento degli agenti coinvolti nelle violenze fisiche contro i manifestanti, la Cassazione ha condannato dieci attivisti per il reato di devastazione e saccheggio. Incredibile quindi sembra l’esito al quale è arrivata la giustizia italiana: reato prescritto e quindi nessuna condanna per gli agenti imputati di lesioni e violenze contro la persona, mentre pene esemplari arrivano per quei manifestanti colpevoli di distruzioni e danneggiamenti di cose, attraverso l’applicazione del reato previsto dall’articolo 419 c.p., di scarsissima applicazione nella prassi giudiziaria prima dei processi sul g8. Sembra notarsi quindi come dall’esito giudiziario trapeli il messaggio che i reati lesivi della persona umana abbiano un disvalore penale inferiore rispetto a quelli contro le cose e gli arredi urbani.

 Non arriverà nessuna condanna neanche per Gianni De Gennaro, capo della polizia nel 2001. Troppo debole secondo la Cassazione l’impianto accusatorio nei suoi confronti per poter sostenere ”un coinvolgimento decisionale di qualsiasi sorta nell’operazione Diaz”, ribaltando così la sentenza d’appello dove si era rilevato come De Gennaro “abusò anche della funzione pubblica esercitata e connessa al suo ruolo di direttore generale del dipartimento della Pubblica Sicurezza”, attraverso depistamenti, false testimonianze e minacce nei confronti dei suoi diretti collaboratori.

Abbandonato il giudizio delle sentenze di Cassazione, su De Gennaro rimane sicuramente quello politico dato dalla predisposizione di una gestione assurda, violenta e disorganizzata delle forze di polizia a Genova. Sicuramente alla sua persona e all’ ufficio che ricopriva durante la repressione delle manifestazioni anti-g8 è imputabile la lucida consapevolezza che quello che stava accadendo nelle piazze della città ligure fosse quanto di più lontano possibile dall’ operato dalla forza di polizia di uno stato democratico. Le cronache giudiziarie e non solo, raccontano di una incredibile preparazione all’ evento delle forze di polizia con informative delle varie questure inesatte e fuorvianti, volte a creare un immotivato allarmismo sul fronte mediatico e tra gli stessi agenti; una disorganizzata e spesso violenta azione delle forze di polizia nelle strade; cariche immotivate contro manifestanti inerti. Una incredibile ed anti-democratica gestione dell’ordine pubblico, assolutamente inappropriata in una democrazia moderna, soprattutto in relazione a grandi e significativi di carattere politico e sociale come quello di Genova.

Giudizio politico che si esplica anche nel commentare la “solidarietà” che lo stesso De Gennaro ha sentito di accordare a quei funzionari condannati per l’inquinamento delle prove, per la sospensione dei diritti legali dei trattenuti, per le colpevoli mancanze nella gestione operativa delle forze dell’ordine.

Assume quindi il carattere di una beffa l’entrata nel governo come sottosegretario agli Interni di Gianni De Gennaro. Se è certamente intollerabile mantenere nei posti di vertice dell’apparato statale personaggi colpevoli di condotte obiettivamente non conformi al dato costituzionale, ancora più insopportabile appare la nomina a membro del governo di De Gennaro, che sancisce quasi un riconoscimento del suo operato, l’apice del suo cursus honorum. Quale fiducia vorremmo che si accordasse a quel governo –svelto nel chiedere sacrifici di lacrime e sangue ai cittadini- nel quale trovano posto personaggi pesantemente coinvolti in vicende come quelle di Genova?

 Il quadro appena accennato sollecita la creazione di una piattaforma di opinione che chieda con forza un ineludibile processo di democratizzazione delle istituzioni, che in questo paese viene negato da anni. Un processo di maggiore trasparenza e di maggiore verità sulle scelte -anche- attraverso le quali viene formata e selezionata la classe dirigente e i vertici del paese, che deve costituire un continuo processo di allargamento e di riappropriazione di spazi democratici all’interno della cosa pubblica. Deve rivendicarsi e rilanciare l’idea di uno stato formato dalla collettività e al servizio della collettività, denunciando e colmando le larghe maglie esistenti tra la società e le istituzioni. In una congiuntura storica di fortissima crisi economica e sociale, si avverte questo bisogno di cambiamento che può tranquillamente essere definito un nuovo processo di credibilità del nostro paese. Un processo che riesca a non arrestarsi a semplici richieste di dimissioni ma che sia in grado di andare oltre, attraverso la sollecitazione di un generale rimodernamento degli strumenti giudiziari nelle mani dei magistrati e più in generale del sistema normativo, che sicuramente rappresenta un indice, non decisivo ma rilevante, dello stato democratico del paese.

Corre subito alla mente l’abrogazione di tutte le fattispecie di chiara matrice autoritaria-repressiva come quello di devastazione e saccheggio, per la cui configurazione è necessaria una pluralità di condotte diverse finalizzate al “danneggiamento complessivo, vasto e profondo di una notevole quantità di cose mobili o immobili”: una reato quindi che può essere utilizzato per infliggere pene più severe rispetto al semplice danneggiamento, attraverso una ricostruzione della fattispecie basata su prove che non riuscirebbero a dimostrare con assoluta certezza la verità dei fatti accaduti: a Genova quasi tutti gli imputati infatti sono stati condannati mediante semplici foto che li raffiguravano vicino ai disordini. Un reato che può essere “utilizzabile” a fini di repressione e condanna politica, e consequenzialmente uno strumento attraverso il quale poter distorcere e comprimere il diritto costituzionalmente sancito alla libera manifestazione del pensiero. E’ ancora più incredibile notare come la norma in questione sia inserita nel titolo V del secondo libro del codice penale, tra i delitti più gravi contro l’ordine pubblico al pari di reati che sicuramente presentano un più intenso disvalore penale come l’associazione per delinquere e l’associazione per delinquere di stampo mafioso (!). Da segnalare al riguardo che durante la sua requisitoria l’allora pg Mantegna aveva sottolineato che: “la polizia ha una cultura deviata delle indagini perché pensa che identificare una persona che partecipa a una manifestazione consenta, poi, di attribuirle tutti i reati commessi nell’ ambito della stessa manifestazione. La Giustizia deve essere amministrata con equità e non con due pesi e due misure: quel che è stato affermato per i poliziotti della Diaz, nel processo di Genova, deve valere anche per il cittadino qualunque e non solo per i colletti bianchi”.

Indifferibile è anche l’introduzione del reato di tortura, che colmi così quella lacuna normativa da sempre esistente nel codice penale italiano e soddisfi le richieste da parte della comunità internazionale. Sono 25 anni infatti che il nostro paese è inadempiente rispetto a quanto richiesto dalla Convezione contro la tortura delle Nazioni Unite -ratificato dall’Italia- cioè di prevedere il crimine di tortura all’ interno degli ordinamenti dei singoli Paesi. La sua introduzione rappresenta sicuramente un atto dovuto di civiltà giuridica oltre che una necessaria norma di giustizia sociale, che permetterebbe di colpire e sanzionare la condotta di chi cagioni sofferenze fisiche o mentali attraverso trattamenti disumani o degradanti. Condotte obbiettivamente più gravi e lesive della semplice violenza privata o della lesione, soprattutto in relazione al fatto che l’incaricato di pubblico servizio non è un cittadino come tutti gli altri, ma un soggetto che dovrebbe svolgere la sua professione al servizio della collettività. Situazioni verificatesi durante il blitz alla scuola Diaz o nelle successive violenze alla caserma Bolzaneto, dove oltre ai pestaggi si registrarono regolari violazioni di diritti umani, rimasti impuniti: il mancato rispetto dei diritti legali dei fermati quali l’impossibilità di essere assistiti da un legale o di informare qualcuno del proprio stato di detenzione; le carte processuali su Genova raccontano di manifestanti costretti a stare ore in piedi, con le mani alzate, senza avere la possibilità di andare in bagno, cambiare posizione o ricevere cure mediche, riferendo inoltre di un clima di euforia tra le forze dell’ordine per la possibilità di infierire sui manifestanti, invocazioni a dittatori e ad ideologie dittatoriali di matrice fascista e razzista, nonché minacce a sfondo sessuale. Condotte del genere che ritroviamo anche alla base delle uccisioni di Federico Aldrovandi, di Stefano Cucchi, di Stefano Gugliotta, di Giuseppe Uva. E l’elenco potrebbe essere allungato di molto citando tutti quello morti per mano di tutori dell’ordine a cui lo Stato nega giustizia da anni, negando l’introduzione del reato di tortura. E’ evidentemente collegata alla questione anche l’introduzione delle piastrine di riconoscimento per le forze dell’ordine, attraverso le quali potrebbero essere facilmente individuati quegli agenti che nello svolgimento del proprio servizio compiano violenze e abusi di potere nei confronti di cittadini e cittadine.

Vincenzo Rosa

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