O per Onu: La 67esima Assemblea Generale

L’annosa questione palestinese è giunta ad un punto di snodo nel corso della settimana appena trascorsa, dove al Palazzo di Vetro di New York si è riunita la 67esima Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Hanno parlato Obama, Ahmadinejad, Abu Mazen e Netanyahu. Vi riassumo in pochissime parole ciò che ognuno ha sostenuto, lo faccio epigraficamente, affinchè emerga l’estremo succo di quanto detto.

– Obama si preoccupa anzitutto di ricordare l’attentato di Bengasi, dicendo che quelle violenze non posso essere giustificate da quel filmaccio su Maometto. Riguardo alla questione palestinese, si dice contrario sull’eventuale passaggio da “Entità” a “Stato membro“, sicchè il suo discorso viene etichettato come il più filoisraeliano del suo mandato.

 

– Ahmadinejad appare più pacato del solito, elogia per buona parte del suo discorso la cultura iraniana e quella musulmana sciita. Nel frattempo le delegazioni di Israele e Usa decidono di uscire dall’aula in segno di disappunto con le tesi anti-sioniste del leader iraniano. Sostiene che l’Occidente e l’ Israele siano egemoni della politica delle Nazioni Unite. Poi finito sceso dall’ambone, dichiara ai giornalisti di essere disposto a parlare con gli Stati Uniti.

 

– Abu Mazen, presidente dell’ Autorità Nazionale Palestinese, non si perde in chiacchiere e in maniera graffiante addita la politica colonialista e razzista di Israele come la causa di nuove catastrofi. Dice che il suo popolo è un popolo arrabbiato, e dichiara di voler continuare a lottare strenuamente per il riconoscimento a “Stato” della Palestina. Diciamo che almeno in questo momento sarebbe un buon inizio essere dichiarati “Stato non membro“, le possibilità affinchè ciò accada non mancano. La presenza di due Stati è indispensabile “per salvare la pace”. Le pratiche sono già al vaglio del segretario generale Ban Ki-moon.

 

– Netanyahu fa il botto, ne ha per tutti. Dichiara diffamatorio il discorso sul razzismo israeliano del presidente dell’ ANP Abu Mazen (che lui chiama, anagraficamente, Abbas) ed elabora da grande stratega elabora un discorso premettendo di non essere venuto a strappare applausi, ma di dire la verità. Ripercorre gli “alti” di un popolo che ha avuto troppi “bassi“, dai pogroms al Nazismo. Architetta in maniera geniale una serie di inviti ad Abbas, facendo capire all’Assemblea di essere disposto a negoziare fin da subito. Gli dice in sostanza: siamo entrambi qui, vediamoci. Effettivamente negoziare adesso che la Palestina è un’ Entità sarebbe un buon vantaggio per Israele che potrebbe dettarne le condizioni. Stranamente sembra aprire allo stato palestinese Israele è pronta ad avere uno stato palestinese nella West Bank, ma non siamo pronti ad avere un’altra Gaza”. Un altro colpo scenico piomba sul Palazzo quando mostra toni apparentemente conciliatori «Siamo tutti figli di Abramo Noi lo chiamiamo Avraham, voi lo chiamate Ibrahim. Ho difeso Israele sui campi di battaglia; il presidente Abbas ha dedicato la sua vita alla causa del popolo palestinese. Vogliamo far sì che i nostri figli ricordino questi momenti come quelli in cui siamo riusciti a far finire il conflitto?».
Il suo show non è ancora finito, quando fa uscire il coniglio dal cilindro. A proposito degli armamenti nucleari dell’Iran, mostra all’Assemblea un foglio con una bomba a fumetto, su cui traccia platealmente una linea rossa (vd foto) prima dell’innesco: Il mondo con un Iran nucleare sarebbe in pericolo come davanti ad un al Qaida nucleare, ha detto il premier israeliano, affermando che ”di fronte ad una chiara linea rossa Teheran si fermerà…è già tardi, troppo tardi”, dando più tempo alle sanzioni e alla diplomazia per convincere il regime iraniano ”a smantellare del tutto il suo programma di armamento nucleare”. Una provocazione del genere, teatrale, forte, fortissima anzi visto il forte legame con la politica estera statunitense. Paragonare uno Stato alla madre delle cellule terroristiche farebbe imbestialire chiunque, e Ahmadinejad non è di certo un tipo tranquillo.

 

 

Annunci