THE 2ND LAW (MUSE): RECENSIONE

Dopo più di un decennio di Muse, la mia personale recensione traccia per traccia di The 2nd Law, il sesto album della band britannica.

Tom Morello inizia a riffare, mentre Bellamy ascolta Kashmir dei Led Zeppelin, Howard memore della tematica della canzone rulla come fosse l’ora del cambio della guardia a Buckingham Palace. Poi arriva la teatralità lirica interpretativa, che si spezza nel “Supremacy”, gridato che va in overdrive. Il motivo per così dire lirico è in contrasto con il riff ma al secondo ascolto sembra meno accozzagliato di quanto sia in realtà. L’assolo/strofa è intimo, è top. La canzone più ibrida dell’album, genera un fritto di pesce e carne insieme, due belle idee, che effettivamente fanno un certo effetto (quale?). Solo un “destroy” cantato in quella maniera ricorda i Muse dei due primi album. Tematicamente la traccia n°1 segue le sue due antecedenti Take a Bow e Uprising, un inno alla rivoluzione. Giudizio nel complesso positivo, soprattutto se si guarda l’album nel complesso.

Madness è una canzone ben fatta, una delle poche canzoni dell’album che mantiene coerenza con sé stessa. Una canzone adatta ad essere singolo a seguire le orme tracciate da Undisclosed Desires è il “Mamamamamama madness” sta a dire proprio questo. Sono pop e me ne vanto. Si nota un crescendo praticamente ovvio, che pian piano riempie organicamente il sound aggressivo del kaoss pad del basso di Chris. Il fatto che sia ben fatta non vuol dire che sia bella, anzi i fan di vecchia data fanno bene ad arrabbiarsi. L’assolo è letteralmente preso da Brian May (I want to break free) e non è l’unico prestito dai Queen. Matt dice “i have finally see the light”, quest’illuminazione a me non piace.

Sembra di stare a sentire Another one bites the dust. Invece è Panic Station. Siamo proiettati in un funky tremendamente orecchiabile, cui nessuno può trattenersi. Freddy Mercury,George Micheal, David Bowie, Prince e perfino Anthony Kiedis  (Can’t stop), plasmano l’interpretazione di Bellamy, che prima di cominciare la seconda strofa ritorna ai celebri chorus morelliani. Il cambio di ritmo che lancia il ritornello è alla Franz Ferdinand e quando iniziano a suonare le trombette, io personalmente impazzisco. Poi due autocitazioni compongono la parte strumentale, una ricorda il flanger di Stockholm syndrome, l’altra (chissà se se ne siano accorti) è identica al loro riarrangiamento di House of the Rising Sun. La ballabilità del brano, credo il migliore dell’album, fa contrasto, un bel contrasto, con il testo. Il fuoco è nei nostri occhi e fforfuturisticamente  sarebbe bene arrivare tutti alla Panic Station. Insomma, per intenderci questo pezz parla chiaro. È la prima volta che i Muse si cimentano in un genere non loro e ne escono assolutamente vincitori.

Coretti e  groove non indifferenti aprono la Eurasia di The 2nd Law, ovvero Survival. Poi non riesci nemmeno a capire se sia Matt a cantare e sembra di essere nella tana di soprani e tenori della vecchia URSS. Assolo alla Queen (tanto per cambiare) e tanta voglia di vincere. Un incrocio si realizza tra la trama dell’album e lo spirito olimpico. Il risultato è un Olympical shit o se preferite un epic fail, data la pretesa epicità di una traccia troppo pomposa. Ingiustificabile, nemmeno dal fatto che sia stata scritta apposta per l’evento londinese e sarebbe dovuta  essere un duetto con Elton John.

La parabola pop dei Muse prosegue in vista di Follow me, come coniugare il battito del primogenito Bingham con una versione addomesticata della dubstep? Bellamy può o perlomeno crede di poterlo fare. In una atmosfera che ricorda molto la soundtrack “Never ending story”, Skrillex gongola perché non dovrà fare nessun remix della canzone. Matt scrive una dichiarazione d’amore per il nuovo nato, che speriamo followerà le orme del padre fino a Origin of Simmetry, intanto potrà vantarsi coi compagnetti a scuola di avere avuto una ninnananna dubstep in un disco da milioni di copie. Proprio perché avevano deciso di osare con questo genere, potevano spingersi oltre. Rimane una delusione, col finale imbarazzante di una canzone di Jared Leto. Sono ancora in tempo per non farlo uscire come singolo.

Un piacevole salto nel passato tra Showbiz e Absolution lo si ottiene con Animals, una canzone con gli attributi. Matt dialoga con la sua chitarra come faceva George Harrison in While my guitar gently weeps. C’è atmosfera. C’è la ricerca di un sound intimo. Potrebbe essere la canzone più bella dell’album, ma nel finale quest’ ”aria Muse” viene interrotta da un riff, che renderà sicuramente più live che nel disco. Ben curata la parte vocale, che esalta il testo bello ed essenziale.  Giudizio estremamente positivo.

Explorers comincia con una versione slow di Don’t stop me now unita ad una sorta di We are the World. Non sarò il solo che ci vede anche qualcosa di Shine (Hullabaloo) e per quanto concerne il ritornello, ahimè, di Invincible. Dopo il ritornello, entra la batteria in perfetto stile Neutron Star Collision. Un pezzo che lascia traspirare malinconia, ma qui il testo non basta. Matt la potrebbe utilizzare per fare risplendere gli accendini negli stadi, qualcuno più giustamente accenderà l’accendino per fumarsi disinteressatamente una sigaretta.

Ciao Edge, ciao Bono mi scrivete un pezzo? Fare da gruppo spalla agli U2, ai Muse non bastava. Speravamo che l’episodio di Where the streets have no name (quando Edge suonò sul palco coi Muse a Glastonbury), rimanesse un unicum. Matt in Big Freeze li cita pure direttamente nel testo Can we hole up, and ride out this electrical storm? Complessivamente non è brutta. Il ritornello così deciso ha un suo perché e i synth anni ’80 fanno da retroscena a un testo spaziale, nel senso non allegorico del termine.

Quasi come una confessione Chris lancia il suo personalissimo grido d’aiuto Save me. È il racconto intimo di qualcuno che ha voglia di redimersi dalla dipendenza dall’alcol per non tradire chi gli vuole bene, il ritornello come un vortice esprime un senso di dipendenza di chi vuole essere salvato. La canzone è uno dei migliori pezzi dell’album e finalmente da voce alla voce e alla creatività del bassista. Tentativo riuscito.

Ricordate Unnatural Selection? A Chris deve essere piaciuta  così tanto da riproporla in Liquid State, pezzo efficace e onirico che trascende dalla trama compositiva del frontman Bellamy. Chris a quanto pare ha una sua identità musicale molto meno teatrale e più “rock” alla vecchia maniera. Tematicamente congiunta con il pezzo precedente è intrisa di un sentimento autentico, una delle caratteristiche perse con gli anni dalla band del Devon.

Unsustainable è l’anima di Matt. La parte classica a mo’ di opera corroborata dal crescendo di Take a Bow, sfocia nella rabbia del robottino che urla Unsustainable, il robottino che suona la dubstep e si diverte. L’urlo che apre la fase finale della canzone, ci ricorda i bei vecchi tempi. Qualcuno penserà che è una tamarrata, e io non gli do torto. Ibrido anche questo che in fondo in fondo non è poi così male.

Era l’inizio del decennio scorso, quando Matt suonando un paio di tasti ripetutamente creava alcuni pezzi poco conosciuti come The Gallery e Con-science, l’incipit di Isolated System sembra riprendere quel modo di comporre, creando una moderna “Profondo rosso”, che vorrebbe chiudere l’album alla maniera di Exogenesis, ma ripetersi con quel precedente è un compito molto difficile. L’idea c’è e la si intravede, senza esserne mai completamente coinvolti. Poi ci si mette un po’ di elettronica in mezzo ad aumentare l’intensità riuscendoci solo in parte.

L’album è anzitutto poco coeso. Si nota la ricerca di troppi sound differenti. C’è una forte tendenza al pop e all’elettronica, c’è un ritorno agli anni 80, c’è il funk, l’opera rock, i riff alla Rage Agains The Machine e ci sono anche le autocitazioni. Un’identità controversa che non è facilmente distinguibile. Purtroppo sono pochi i pezzi che convincono senza riserve. L’album sembra parlare di rivoluzione (Supremacy, Panic Station, Big Freeze, Animals), d’amore (Madness, Follow me), di dipendenze (Save me, Liquid State) .  La prima tematica era già stata affrontata largamente da The Resistance che per alcuni aspetti sembrava un concept album. Tutti si aspettavano un disco (date le indiscrezioni che lo hanno preceduto) che parlasse di Entropia, di fisica, di sostenibilità e ruminazioni mentali. Invece tale tema che almeno dal titolo doveva essere affrontato alle ultime due canzoni (Unsustainable, Isolated System) risulta muto. L’unico spazio che si da al tema in maniera differente a quello dell’album precedente, in pratica è riassunto da due tracce senza parole, eccezion fatta per la voce di una giornalista che si riperpetua e va a concludere un album mediocre.

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