OPEN MIND, OPEN DATA

Quanti tra tutti quelli che conosciamo sapranno cosa significa quando scriviamo Open Data? Se la risposta è “Certamente pochi” riusciamo ad avere una perfetta immagine della situazione digitale italiana. La nuova frontiera del giornalismo digitale in America, ma anche in Inghilterra e meno frequentemente in Germania, ha nei suoi punti cardine l’utilizzo di dati per rappresentare storie che senza quest’ultimi non avrebbero vita. Il giornalismo legato ai dati, ovvero data journalism, ha proprio questo compito: rendere comprensibile la verità dei fatti attraverso numeri resi in modo comprensibile.
Le tecnologie che oggi il web 2.0 mette a disposizione del mondo dell’informazione permette di essere a contatto con molte più informazioni e in un paese in cui la frontiera giornalistica si allarga sempre di più come l’America, la politica degli open data, i dati disponibili a tutti, diventa una prerogrativa.
Lo sviluppo del data journalism si concentra maggiornamente dove il giornalismo vive una stagione importante e dove esso si relaziona maggiornamente con i suoi lettori. Forte e vivo è l’esempio del Guardian Data Blog con il suo direttore Simon Rogers. Questa testata ha pubblicato nell’ultimo anno importanti inchieste di data journalism grazie a un gruppo di lavoro capace di scoprire i numeri necessari al prodotto giornalistico. Questo sviluppo, oggi sta spingendo sempre più istituzioni private e pubbliche ad adottare una politica di trasparenza dei data capace di attirare l’attenzione dei media e dell’occhio critico delle opinioni pubbliche. Ma se Simon Rogers afferma che il data journalism è “il nuovo punk” per le dimensioni del suo successo, non tutti sono d’accordo con questa affermazione.
Il binomio dati-giornalismo è tutt’oggi, nonostante i larghi consensi, sotto indagine. Jonathan Gray, giornalista per il Guardian e collaboratore al data journalism handbook che tra poche settimane vedrà la sua nascita, espone il suo pensiero su ciò che il data journalism può e non può fare in un articoloche vuole mettere in guardia tutti i giornalisti dalla potenza comunicativa che oggi viene assegnata ai dati.
Il giornalista inglese, all’inizio del suo articolo, riporta l’esempio del fotogiornalismo. Subito dopo la nascita della macchina fotografica nacque un grande ottimismo e nel diciannovesimo secolo i pioneri della fotografia (più tardi chiamati fotogiornalisti) pubblicarono tantissimi reportage da tutte le parti del mondo. Dopo decenni di guerre, propagande e manipolazioni oggi ci approcciamo alla fotografia con molta più cautela di prima perchè essa ha in un certo qual modo perso la sua posizione di privilegio di fronte alla verità.
La paura di Gray è la possibilità che la nuova ondata di ottimismo riguardo i data e tutte le tecnologie che si stanno sviluppando possano un giorno “intossicare” il mondo del giornalismo. I dati possono essere una risorsa molto potente, se usati nel modo giusto, mette in guardia Gray sostenendo inoltre che gli utenti e i sostenitori di questo “inebriante” mezzo si devono sforzare di mantenere le proprie aspettative proporzionate alla possibilità che esso rappresenta, coltivando una capacità critica rispetto al proprio oggetto di studio non configurando i dati come un perfetto riflesso del mondo.
E l’Italia? Le nostre istituzioni si stanno aprendo solo adesso a questa politica. Mentre come privati non perviene nessun movimento, alcuni comuni italiani hanno già adottato delle licenze open. Parliamo del Comune di Torino e di Firenze, e a livello regionale della Regione Puglia che il 14 luglio ha approvato un disegno di legge che permetterà a tutti i cittadini di consultare i dati della propria regione, provincia e comune attraverso un software libero scaricabile gratuitamente da tutti. Ma il grande passo per lo stato Italiano verso l’open data è avvenuto il 17 luglio. Grazie al Ministero della Coesione Territoriale è stato creato il portale opencoesione.gov.it.
Grazie a questo innovativo strumento si potranno rendere note alla cittadinanza le scelte di investimento fatte sul territorio nazionale, comprese singole province e comuni, gli enti coinvolti in molti ambiti. L’opinione pubblica potrà valutare in base alle proprie esigenze l’uso delle risorse. Questa prima politica di open data a livello nazionale è utile principalmente per ricercatori e giornalisti che avranno la possibilità di acquisire facilmente dati utili alle loro inchieste e, infine, potrebbe offrire la possibilità di creare nuove opportunità occupazionali grazie ad un’ attenta analisi e al riutilizzo dei dati.

Una nuova mentalità che sicuramente permetterà un’informazione più libera e obiettiva.

Daniele Palumbo
Reporter, Giornalista, Speaker per www.radiozammu.it
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